La profe: - Hai presente quando al tg dicono...
G (10 anni, piglio deciso): - No, io non lo guardo il tg
La profe: - Ok, ma avrai sentito dire qualche volta che...
G (piglio ancora più deciso): - Nooooo, io il tg non lo guardo. La maestra vuole che lo guardiamo, ma mamma dice che poi mi spavento e mi intristisco e allora quando siamo a tavola se inizia il telegiornale cambia subito canale.
Ecco, parliamone: quando avevo 10 anni e tutti all'ora di cena guardavano I Ragazzi della III C io ricordo che il tg me lo dovevo calare a forza, perché per nessun motivo a tavola si poteva guardare qualcos'altro mentre c'era la possibilità di vedere anche solo un minuto di un qualsiasi tg. Sono diventata triste e spaventata nella misura in cui anche anche i miei coetanei che guardavano I Ragazzi della III C lo sono diventati. Per me e per loro ci sono state le stesse possibilità che ci cadessero in testa le Torri Gemelle, che ci rapissero e spedissero a casa un orecchio, che ci bucassimo, che diventassimo parte delle "stragi del sabato sera". Eppure, continuo a non capire cosa mi sfugge (e mi turba) nell'enunciato candido (e un po' rabbioso: forse lei lo vorrebbe vedere, il tg?) della piccola G. Il bisogno che adesso la maestra debba assegnare come compitino la visione del tg, giusto per iniziare a capire da che parte del globo viviamo? Il terrore della mamma che cambia canale precipitosamente affinché davanti agli occhi della bimba non scorra davanti neanche un'immagine spiacevole? Non so, non so. L'infanzia è un groviglio, e chi se ne occupa spesso di aggroviglia...
- Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra. - Primo Levi
giovedì 24 febbraio 2011
domenica 20 febbraio 2011
Massimo Gramellini agli insegnanti
Vale per i giornalisti un insegnamento che sono certo rivolgerete spesso ai vostri studenti. A me lo impartì un grande intellettuale scomparso all'inizio del 2010, Beniamino Placido. "Il bravo giornalista è quello che sa scrivere in modo pesante le cose leggere e in modo leggero le cose pesanti." Già. Perché anche un pettegolezzo di vip può contenere una grande lezione di vita. Così come un arido tabulato del Ministero dell'Economia e delle Finanze può essere tradotto in una narrazione avvincente. Scusate se insisto su questo punto, ma spesso è proprio a scuola che ci convinciamo dell'idea, sbagliatissima, che le cose serie debbono essere per forza trattate in modo noioso e che il sorriso, la leggerezza, l'anticonformismo tolgano autorevolezza e prestigio a chi ne fa uso. Sarebbe bello, invece, se fin dai banchi del liceo si imparasse a leggere e scrivere con levità, così da associare lo studio e l'informazione all'idea di un piacere. D'altronde il bravo insegnante e il bravo giornalista sono tali proprio perché riescono a rendere appassionanti le cose difficili. Io non ricordo i libri di testo della mia adolescenza, ma non ho mai dimenticato chi me li seppe illustrare in un certo modo. Così come ricordo il giornalista che ha saputo guidarmi dentro mondi a me ignoti e meritarsi la mia fiducia. Troppo spesso chi tiene in mano i cordoni della borsa si dimentica che la scuola e il giornale non sono fatti di numeri, ma di persone. Un buon liceo e un buon quotidiano dipendono anzitutto dalla qualità e dall'umanità di chi vi lavora ogni giorno.
Massimo Gramellini, vicedirettore de La Stampa
da Il quotidiano in classe, La nuova Italia.
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gli insegnanti che vi (ci) auguro
lunedì 1 novembre 2010
Gli insegnanti che vi (ci) auguro
Da Middlesex, di Jeffrey Eugenides (traduzione italiana di Katia Bagnoli), un romanzo che vi consiglio se vi piacciono le storie dal sapore di saga familiare, o anche solo le storie ben raccontate. Il professor Da Silva non è uno dei protagonisti, ma la sua descrizione è tratteggiata con una tale grazia che non posso fare a meno di augurarvi, di augurarci, di incontrare almeno una volta nella vita un insegnante come lui."Era uno straordinario insegnante, il professor Da Silva. Ci trattava con grande serietà, come se durante la sua quinta ora noi ragazzine di terza media potessimo dire una parola definitiva su qualche questione che tormentava gli studiosi da secoli. Ascoltava le nostre voci allegre con aria concentrata. Quando parlava si esprimeva sempre per paragrafi completi. Se lo si ascoltava bene nei suoi discorsi si riuscivano a sentire le virgole e i trattini, ogni tanto anche i due punti e il punto e virgola. Il professor Da Silva aveva una citazione adatta per ogni occasione che la vita gli presentava e in questo modo sfuggiva alla realtà".
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martedì 14 settembre 2010
Un augurio, e un libro
E così, anche quest'anno, le vacanze sono passate.
Purtroppo, dirà la maggior parte di voi. Menomale, diranno il mio alunnamico Jack e i più precari tra i miei colleghi precari, ansiosi di sapere che ne sarà di loro (noi) quest'anno.
A tutti voi, a tutti noi, auguro un buon anno scolastico.
E, visto che la profe ama perdersi nei sogni e tra le pagine dei libri, vi dedico anche un libro.
Anzi, moltissimi, ma partendo da un libro in particolare, che è questo:
Tradotto in italiano come Il GGG, parla dell'amicizia tra Sofia, un'orfanella inglese, e un gigante molto particolare, il grande gigante buono, appunto. Il linguaggio è esilarante e pagina dopo pagina si scopre il valore della tolleranza e della cooperazione. Un libro da gustare anche per le illustrazioni, per poi passare a tutti gli altri di Roald Dahl, un vero maestro per la letteratura per l'infanzia, e non solo.
Per chi sta crescendo, e per chi, come chi ha deciso di lavorare nella scuola,
forse non ha mica tanta voglia di crescere del tutto!
BUON ANNO SCOLASTICO!
La profe.
lunedì 2 agosto 2010
2 agosto, 30 anni fa
Sono nata il 4 settembre 1980, e siccome ho avuto da prestissimo una spiccata tendenza all'ombelicocentricità, la data del 2 agosto 1980 mi ha sempre fatto una certa impressione, perché uno dei fatti più gravi della nostra storia recente era accaduto esattamente 1 mese e 2 giorni prima che io nascessi. Ho chiesto molte volte a chi mi stava intorno quale fosse il loro ricordo personale della strage di Bologna, visto che io non potevo averne. Il ricordo di mia madre, che, col suo pancione che già al 3. mese di gravidanza era più grande di lei, stava cercando un po' di frescura in campagna insieme ai miei nonni, è quello del tg dell'ora di pranzo, dei commenti dei cronisti, della ricerca dei quotidiani, il giorno dopo, da parte di mio nonno.
Nel settembre 1999, al mio arrivo a Bologna in occasione dell'Mtv Day, quasi non mi ricordavo che quella stazione era proprio la stazione della strage. Era mattina presto, il viaggio era iniziato all'alba (e sarebbe finito il giorno dopo quasi all'ora di pranzo), l'adrenalina era a livelli impressionanti già a quell'ora: Bologna, soprattutto dopo aver letto Jack Frusciante è uscito dal gruppo era diventata la mia città-mito, e nel delirio di onnipotenza in cui veleggiavo in quell'estate della maturità, ero convinta che presto sarei stata "di casa" in quella città. Forse è anche per questo che la vista della lapide con i nomi delle vittime mi colpì con ancora più forza. La porzione di pavimento squarciato lasciato così com'era rimasto. La facciata, con quel buco in mezzo. Non me lo ricordo se vidi l'orologio con le lancette ferme (leggo che era stato rimesso in funzione, ma non riesco a capire se poi effettivamente è stato fermato di nuovo sulle 10.25), perché ho avuto gli occhi pieni di lacrime finché non siamo saliti sul bus che ci portava al luogo del concerto.
Ogni volta che in stazione sentite gli altoparlanti che informano che "i bagagli incustoditi saranno controllati dalla polizia", pensate all'allarme che un innocuo zaino dimenticato in un angolo può suscitare in molte persone. E non provate a mollare una valigia nella sala d'aspetto di un grande aeroporto anche solo per andare a buttare una cartaccia in un cestino - la prima (e unica) volta che l'ho fatto, a Fiumicino, ho visto un militare che la puntava con un MITRA.
E quando capitate alla stazione di Bologna, lanciate un bacio verso quella lapide. Non dimentichiamo. Il vuoto che quello squarcio ha lasciato nelle vite dei familiari delle vittime non si potrà mai colmare, ma se dimentichiamo la voragine diventerà ancora più grande.
Poi uscite dalla stazione, asciugatevi gli occhi, e godetevi una delle città più belle di questa nostra Italia.
Nel settembre 1999, al mio arrivo a Bologna in occasione dell'Mtv Day, quasi non mi ricordavo che quella stazione era proprio la stazione della strage. Era mattina presto, il viaggio era iniziato all'alba (e sarebbe finito il giorno dopo quasi all'ora di pranzo), l'adrenalina era a livelli impressionanti già a quell'ora: Bologna, soprattutto dopo aver letto Jack Frusciante è uscito dal gruppo era diventata la mia città-mito, e nel delirio di onnipotenza in cui veleggiavo in quell'estate della maturità, ero convinta che presto sarei stata "di casa" in quella città. Forse è anche per questo che la vista della lapide con i nomi delle vittime mi colpì con ancora più forza. La porzione di pavimento squarciato lasciato così com'era rimasto. La facciata, con quel buco in mezzo. Non me lo ricordo se vidi l'orologio con le lancette ferme (leggo che era stato rimesso in funzione, ma non riesco a capire se poi effettivamente è stato fermato di nuovo sulle 10.25), perché ho avuto gli occhi pieni di lacrime finché non siamo saliti sul bus che ci portava al luogo del concerto.
Ogni volta che in stazione sentite gli altoparlanti che informano che "i bagagli incustoditi saranno controllati dalla polizia", pensate all'allarme che un innocuo zaino dimenticato in un angolo può suscitare in molte persone. E non provate a mollare una valigia nella sala d'aspetto di un grande aeroporto anche solo per andare a buttare una cartaccia in un cestino - la prima (e unica) volta che l'ho fatto, a Fiumicino, ho visto un militare che la puntava con un MITRA.
E quando capitate alla stazione di Bologna, lanciate un bacio verso quella lapide. Non dimentichiamo. Il vuoto che quello squarcio ha lasciato nelle vite dei familiari delle vittime non si potrà mai colmare, ma se dimentichiamo la voragine diventerà ancora più grande.
Poi uscite dalla stazione, asciugatevi gli occhi, e godetevi una delle città più belle di questa nostra Italia.
venerdì 30 luglio 2010
Gli alunni dell'estate
Anche questa estate mi ha portato in contatto con diversi nuovi alunni.
Gli alunni dell'estate hanno i debiti a settembre o sanno di avere la coscienza non particolarmente a posto, sanno che senza una mano quest'anno non ce la fanno, oppure vengono trascinati fin da me da mamme preoccupate perché il prossimo anno si profila durissimo già dalla fine di questo. Hanno avuto il numero tramite una collega o per il passaparola tra amici. A volte 2 che sono nello stesso gruppo si incrociano mentre uno entra e l'altro esce, e ne approfittano per mettersi d'accordo per il mare.
Affrontano la sveglia la mattina presto e si infilano il casco per venire a fare lezione prima che il sole diventi cocente. Hanno il naso spellato dal sole e gli occhi arrossati dal sale. Quasi sempre un quaderno nuovo per "ricominciare", una penna nascosta in tasca e il cellulare silenzioso, che tanto non squillerebbe comunque perché tanto a quell'ora gli amici dormono ancora. Le ragazze hanno il segno del costume che spunta dalla maglia, sanno di cocco o di fragola e si lamentano dei capelli che si increspano.
Quasi tutti continuano a bazzicare casa mia durante l'inverno per un ripassino prima del compito, e a mano a mano che l'abbronzatura svanisce e le maniche si allungano, li vedo cambiare. Col tempo, questo non mi coglie più troppo di sorpresa: nei visi di oggi intravedo all'incirca quelli che saranno domani, ma, quando è il momento, vederli coi miei occhi mi emoziona sempre.
Gli alunni dell'estate hanno i debiti a settembre o sanno di avere la coscienza non particolarmente a posto, sanno che senza una mano quest'anno non ce la fanno, oppure vengono trascinati fin da me da mamme preoccupate perché il prossimo anno si profila durissimo già dalla fine di questo. Hanno avuto il numero tramite una collega o per il passaparola tra amici. A volte 2 che sono nello stesso gruppo si incrociano mentre uno entra e l'altro esce, e ne approfittano per mettersi d'accordo per il mare.
Affrontano la sveglia la mattina presto e si infilano il casco per venire a fare lezione prima che il sole diventi cocente. Hanno il naso spellato dal sole e gli occhi arrossati dal sale. Quasi sempre un quaderno nuovo per "ricominciare", una penna nascosta in tasca e il cellulare silenzioso, che tanto non squillerebbe comunque perché tanto a quell'ora gli amici dormono ancora. Le ragazze hanno il segno del costume che spunta dalla maglia, sanno di cocco o di fragola e si lamentano dei capelli che si increspano.
Quasi tutti continuano a bazzicare casa mia durante l'inverno per un ripassino prima del compito, e a mano a mano che l'abbronzatura svanisce e le maniche si allungano, li vedo cambiare. Col tempo, questo non mi coglie più troppo di sorpresa: nei visi di oggi intravedo all'incirca quelli che saranno domani, ma, quando è il momento, vederli coi miei occhi mi emoziona sempre.
domenica 25 luglio 2010
Cuore di chioccia
Ieri al tg della sera ho sentito la notizia della strage tra il popolo della Love Parade a Duisburg.
Il primo pensiero è stato per N., il mio geometra piercing-munito che spesso e volentieri affronta chilometri e chilometri per ascoltare i suoi artisti tecno preferiti in giro per l'Italia e per L'Europa.
Da brava profe-chioccia metto mano al cellulare e digito: "Non sei in Germania alla Love Parade, vero? E se ci sei è tutto ok? Non mi fare stare in pensiero!". La risposta non tarda ad arrivare: N. è al lavoro, come ogni estate, e ora che la scuola è finita e probabilmente riuscirà anche a darmi del tu senza sentirsi in dovere di scusarsi subito dopo, mi invita a bere una birra appena capito all'Elba.
La vittima italiana dell'incidente di Duisburg non ha una faccia che conosco. Ma questo mi consola solo in parte. Giulia sarebbe benissimo potuta essere una mia alunna. E' stata l'alunna, la figlia, l'amica, la fidanzata di qualcuno, e tanto basta.
Il primo pensiero è stato per N., il mio geometra piercing-munito che spesso e volentieri affronta chilometri e chilometri per ascoltare i suoi artisti tecno preferiti in giro per l'Italia e per L'Europa.
Da brava profe-chioccia metto mano al cellulare e digito: "Non sei in Germania alla Love Parade, vero? E se ci sei è tutto ok? Non mi fare stare in pensiero!". La risposta non tarda ad arrivare: N. è al lavoro, come ogni estate, e ora che la scuola è finita e probabilmente riuscirà anche a darmi del tu senza sentirsi in dovere di scusarsi subito dopo, mi invita a bere una birra appena capito all'Elba.
La vittima italiana dell'incidente di Duisburg non ha una faccia che conosco. Ma questo mi consola solo in parte. Giulia sarebbe benissimo potuta essere una mia alunna. E' stata l'alunna, la figlia, l'amica, la fidanzata di qualcuno, e tanto basta.
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